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Presbitero
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Nella mwcwChiesa cattolica e in mwdaquella ortodossa, il mwdqpresbitero (mwdgdal greco antico πρεσβύτερoς?, presbýteros, "più anziano"; dalla stessa parola greca, attraverso il mwdwlatino mweapresbyter, deriva anche il termine italiano mweqprete) è quello tra i mwegministri del culto che ha ricevuto, in una specifica mwewordinazione, il mandato di presiedere il mwfaculto, guidare la comunità cristiana e annunciare la mwfqparola di Dio. Un termine usato in modo equivalente, ma più generico, è mwfgsacerdote.cite-ref-1[N 1]
Nella gerarchia cattolica il mwhapresbiterato è il secondo grado del sacramento dell'mwhqOrdine (che si articola, appunto, nei tre gradi del mwhgmwhwdiaconato, del mwiapresbiterato e dellmwiq'mwigmwiwepiscopato).cite-ref-lg28-2-0[1]
Contents
• Note
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Chiese primitive
In alcuni testi del mwkwNuovo Testamento si usa il termine "anziani" (mwlapresbýteroi) per riferirsi ai membri di una sorta di consiglio che, sul modello delle mwlqcomunità ebraiche della mwlgdiaspora, amministrava una singola mwlwchiesa locale. Il sostantivo mwmapresbýteros, tuttavia, non compare mai con questo significato nei mwmqvangeli canonici, né nelle mwmglettere sicuramente autentiche del mwmwcorpus paolino.
Si parla invece di "anziani" negli mwngAtti degli Apostoli, dove compaiono dei mwnwpresbýteroi designati alla guida delle Chiese locali (mwoaAt 14,23cite-ref-3[2]; mwpq20,17cite-ref-4[3]; mwqg21,18cite-ref-5[4]). Interessante è il caso della mwrwChiesa di Gerusalemme, per la quale si parla sempre di una presidenza esercitata dagli "apostoli e anziani" (mwsa15,2.4.6.22.23cite-ref-6[5]; mwtq16,4cite-ref-7[6]).
La mwuwlettera a Tito (mwva1,5-9cite-ref-8[7]) parla dell'organizzazione della Chiesa locale, citando "anziani (mwwqpresbýteroi) e sovrintendenti (mwwgmwwwepískopoi)". Nel definire le qualità richieste a questi responsabili, viene messa in rilievo la necessità che siano buoni mariti e padri di famiglia (non si fa dunque nessun riferimento a un obbligo di mwxacelibato, che fu introdotto per i vescovi - e nelle mwxqchiese d'occidente anche per i presbiteri - soltanto dopo alcuni secoli).
Nella mwxwprima lettera a Timoteo (mwya3,1-12cite-ref-9[8]), là dove viene delineata la struttura della chiesa locale non si parla di "anziani" (mwzqpresbýteroi), ma soltanto di "sovrintendenti-vescovi (mwzgepískopoi) e mwzwdiaconi". Sono invece citate delle "donne" (mwaagynâikes), richiedendo che esse siano «dignitose, non maldicenti (mwaqme mwagdiabòlous, 'non divisive'), sobrie, fedeli in ogni cosa»: probabilmente si tratta delle mogli dei "vescovi" e dei "diaconi", oppure di mwawdiaconesse che avevano il mandato di esercitare opere di mwbacarità e assistenza all'interno della comunità. Gli "anziani-presbiteri" compaiono invece ai versetti mwbq4,14cite-ref-10[9], dove si parla di un "collegio di anziani" che pratica la mwcgcheirotonia per confermare un mwcwcarisma di mwdaprofezia, e mwdq5,17cite-ref-11[10], dove si dice che gli anziani "tengono la presidenza" (in greco semplicemente con il participio perfetto mwegproestôtes) e che alcuni di loro "si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento".
Sempre nel Nuovo Testamento, l'autore della mwfaPrima lettera di Pietro scrive:
(greco)
«Πρεσβυτέρους οὖν ἐν ὑμῖν παρακαλῶ ὁ συνπρεσβύτερος καὶ μάρτυς τῶν τοῦ Χριστοῦ παθημάτων, ὁ καὶ τῆς μελλούσης ἀποκαλύπτεσθαι δόξης κοινωνός, ποιμάνατε τὸ ἐν ὑμῖν ποίμνιον τοῦ θεοῦ, μὴ ἀναγκαστῶς ἀλλὰ ἑκουσίως, μηδὲ αἰσχροκερδῶς ἀλλὰ προθύμως, μηδ᾽ ὡς κατακυριεύοντες τῶν κλήρων ἀλλὰ τύποι γινόμενοι τοῦ ποιμνίου, καὶ φανερωθέντος τοῦ ἀρχιποίμενος κομιεῖσθε τὸν ἀμαράντινον τῆς δόξης στέφανον.»
(italiano)
«Esorto gli anziani (
presbytèrous
) che sono tra voi, quale anziano come loro (
sympresbýteros
), testimone delle sofferenze di
Cristo
e partecipe della
gloria
che deve manifestarsi: pascete il gregge di
Dio
che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.»
(Prima lettera di Pietro 5,1-4cite-ref-12[11])
Il testo esprime dunque la coscienza che il servizio del presbitero sia una funzione assimilabile a quella del mwgwpastore, cioè di guida del mwhapopolo di Dio. Al tempo stesso il testo ci fa intuire che, alla fine del mwhqI secolo o inizio del mwhgII, quando veniva scritta l'epistola, il termine non aveva l'odierno significato tecnico cattolico-romano che indica il secondo grado del sacramento dell'Ordine, ma si riferiva in forma più ampia a un ministero di guida della Chiesa: di fatto l'autore dell'epistola scriveva immedesimandosi in mwhwPietro apostolo, che nella visione odierna chiameremmo vescovo o mwiapapa, eppure si riferiva a sé stesso come "presbitero come gli altri presbiteri".
Nelle mwigsette lettere di mwiwIgnazio di Antiochia († mwja107) troviamo per la prima volta la comprensione di una tripartizione vescovo-diaconi-presbiteri nella forma che ancora oggi è praticata nella Chiese cattoliche e ortodosse. Nelle chiese cui scriveva Ignazio, quindi, l'episcopato aveva già forma "monarchica": il vescovo era la guida unica della comunità a lui affidata, e i presbiteri erano suoi collaboratori, «mwjqattaccati a lui come le corde alla mwjgcetra»:
(greco)
«Ὅθεν πρέπει ὑμῖν συντρέχειν τῇ τοῦ ἐπισκόπου γνώμῃ ὅπερ καὶ ποιεῖτε. τὸ γὰρ ἀξιονόμαστον ὑμῶν πρεσβυτέριον, τοῦ θεοῦ ἄξιον, οὕτως συνήρμοσται τῷ ἐπισκόπῳ, ὡς χορδαὶ κιθάρᾳ.»
(italiano)
«Perciò vi conviene procedere d'accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro
presbiterio
, ben reputato, degno di Dio, si trova unito al vescovo proprio come le corde alla cetra.»
(Lettera alla chiesa di Efeso IV,1)
È interessante il fatto che nei primi tre secoli, quando si parlava di presbiteri, lo si facesse sempre al plurale, e mai al singolare: si trattava sempre di un collegio.
Tarda antichità
Terminata l'epoca della mwmapersecuzione dei cristiani nell'Impero romano, quando non era più in atto uno scontro dei cristiani né con il mondo mwmqpagano mwmgromano né con l'mwmwebraismo (ormai estremamente marginalizzato dopo le mwnaguerre giudaiche), si poté usare correntemente anche la parola "mwnqsacerdoti" per indicare dapprima i vescovi (in mwngAmbrogio di Milano "sacerdote" è solo il vescovo), e poi i presbiteri. Fino a quell'epoca, invece, la parola "sacerdote" era stata usata in ambito cristiano principalmente per parlare di Cristo o del popolo dei fedeli nel suo complesso (quello che oggi verrebbe chiamato "sacerdozio comune dei fedeli" o sacerdozio mwnwbattesimale).
A partire dal III-IV secolo si diffuse nelle chiese la prassi di riscoprire tipi e figure dell'mwoqAntico Testamento. Fu solo in quest'epoca, dunque, che si cominciò a vedere nei sacerdoti dell'Antico Testamento una prefigurazione dei ministri cristiani. Una prima testimonianza di questa corrispondenza fra ministeri veterotestamentari e neotestamentari è rintracciabile già nelle preghiere di ordinazione riportate nella mwogTradizione Apostolica, tradizionalmente attribuita a mwowIppolito di Roma ma di fatto posteriore: qui si chiede a Dio che l'episcopato sia conferito «in virtù dello Spirito del sommo sacerdozio», il presbiterato sia dato «come volgesti lo sguardo sul popolo da te eletto e ordinasti a Mosè di scegliere dei presbiteri che riempisti dello stesso spirito che avevi donato al tuo servo». In questo stesso testo appare già evidente anche il ruolo del diacono, perché questi «viene ordinato non per il sacerdozio, ma al servizio del vescovo con il compito di eseguirne gli ordini [...] né riceve lo spirito comune di cui tutti i presbiteri partecipano».
Dopo l'mwpqeditto di Milano, la vita religiosa dei cristiani aveva cominciato a perdere il suo primitivo entusiasmo, dal momento che il cristianesimo era sempre più religione istituzionalizzata. Come reazione, molti laici, inseguendo l'ideale di vivere il cristianesimo in maniera totalizzante, cominciarono a vendere i propri beni e a ritirarsi in solitudine: nasceva il mwpgmonachesimo, inizialmente soprattutto in forma mwpweremitica, poi mwqacenobitica. Questo fenomeno produsse un certo influsso anche sugli altri cristiani che continuavano a vivere nei centri urbani, compresi i presbiteri:
• ad mwqwAlessandria d'Egitto il mwravescovo Atanasio (morto nel mwrq373) cominciò a proporre una forma di vita comune dei preti proprio sul modello dei monaci cenobiti;
• a mwrwCostantinopoli mwsaGiovanni Crisostomo (morto nel mwsq407) parlava già di mwsgpresbyteri monastice viventes ("preti che vivono alla maniera dei monaci”);
• a mwtgIppona il mwtwvescovo Agostino abitava con i suoi presbiteri ispirandosi alla mwuaapostolica vivendi forma ("il modo di vivere degli mwuqapostoli")cite-ref-13[N 2];
Tentativi simili a questi, li troviamo anche in mwwgMartino di Tours, mwwwPaolino di Nola e nella mwxaRegola pastorale di mwxqpapa Gregorio I, che non a caso era stato un monaco, divenuto poi vescovo di Roma.
Nei secoli successivi, con la diffusione del cristianesimo nei centri rurali, si accentuò la funzione liturgica dei presbiteri: da collegio di collaboratori del vescovo, i presbiteri diventavano suoi rappresentanti e sostituti nelle comunità lontane dalla sede episcopale.
Dopo il crollo dell'Impero romano e un primo periodo di smarrimento, la chiesa cristiana in Occidente rinforzò la propria autoconsapevolezza di garante della civiltà terrena, oltre che della predicazione evangelica. Da questa visione globale di "spirituale" e "materiale" sarebbe nato il concetto tipicamente mwyamedievale di mwyqmwygcristianità, intesa come tentativo di creare una società coercitivamente cristiana.
Alto Medioevo
Soprattutto nell'mwzgAlto Medioevo la mwzwRegola pastorale di mw0aGregorio Magno fu in Occidente il principale documento normativo per il clero, esattamente come la mw0qRegola benedettina lo era per il monachesimo. L'influsso della mw0gRegola pastorale sarebbe continuato lungo tutto il Medioevo: al momento di emettere leggi che riguardavano i preti, la citarono esplicitamente i mw0wconcili di mw1aMagonza (mw1q813), mw1gTours (813), mw1wReims (813), mw2aAquisgrana (mw2q816).
mw2wCarlo Magno fece istituire presso le sedi episcopali e monasteriali delle scuole dove si preparavano i futuri presbiteri, ma anche i laici colti: la mw3aschola palatina di Aquisgrana, quelle monastiche di mw3qFulda, mw3gCorbie, mw3wSan Gallo, Tours.
La riforma gregoriana e il Basso Medioevo
Nonostante i tentativi di riforma dell'epoca carolingia, nei secoli centrali del Medioevo la qualità morale e culturale della vita del clero decadde rapidamente. In questo contesto, alcuni monaci (dapprima mw4wcluniacensi, poi mw5acisterciensi e mw5qcamaldolesi), che giunsero anche a ricoprire posizioni di autorità nella chiesa, tentarono di imporre una riforma del clero che si ispirava sempre di più a modelli monastici (mw5gPier Damiani, mw5wpapa Gregorio VII).
Il mw7aXIII secolo si segnalò per la nascita degli mw7qOrdini mendicanti e per l'apogeo della mw7gfilosofia scolastica. Gli Ordini, in questo periodo, non si dedicarono direttamente alla formazione del clero secolare, ma il loro stile di vita e le loro campagne di predicazione ebbero una ricaduta anche sul clero, che talvolta si scontrò violentemente con i frati per la mw7wcura pastorale dei fedeli e la raccolta delle offerte, ma cominciò anche a ispirarsi proprio ai frati in alcuni aspetti del proprio ministero (per esempio si riscoprì la mw8apredicazione al popolo sul modello francescano e domenicano, mentre fino ad allora normalmente l'mw8qomelia liturgica non era altro che un brano di autori del passato letto in latino durante il culto). D'altronde, molto presto diversi vescovi e papi cominciarono a essere eletti proprio dalle file degli ordini mendicanti, e inevitabilmente nelle loro direttive tendevano a uniformare sempre più la vita del clero sul modello di quella dei frati.
Nella Chiesa cattolico-romana dalla controriforma in poi
Controriforma cattolica
Tra le loro accuse contro le pessime condizioni del cristianesimo al loro tempo, mw9gMartin Lutero, mw9wGiovanni Calvino e gli altri riformatori mettevano in rilievo anche la mancanza di preparazione culturale del clero e il suo basso livello morale. In realtà, diversi tentativi di riforma (la cosiddetta "riforma cattolica prima della Riforma", di cui ha scritto soprattutto lo storico del cristianesimo mw-aHubert Jedin) erano stati posti in atto già prima del mw-qXVI secolo (nel mw-gRegno di Castiglia, per esempio, il vescovo mw-wFrancisco Jiménez de Cisneros aveva tentato di porre al centro della vita dei preti l'attenzione pastorale verso i fedeli), ma non erano riusciti a cambiare le condizioni generali in cui versava il clero cattolico.
In effetti, l'accusa dei primi riformatori toccava un nervo scoperto della chiesa cattolico-romana, tanto che con il mw-qConcilio di Trento si istituzionalizzò e si uniformò un modello di formazione dei preti: il mw-gseminario.
Ancora una volta, tuttavia, veniva scelto per i preti un percorso formativo preso in "prestito" da altri tipi di esperienze religiose: dopo quello dei monaci (nella mwaqariforma dell'XI secolo) e quello dei frati (nel basso Medioevo), con la mwaqeControriforma si ritenne che il modello migliore per il clero fosse quello delle mwaqicongregazioni recentemente fondate, in particolare quella dei mwaqmgesuiti. Il seminario mwaqqmilanese di mwaquCarlo Borromeo, per esempio, affidato direttamente ai gesuiti che vi imposero uno stile di vita tutto improntato sulla mwaqyspiritualità mwaqcignaziana, diventò ben presto un modello cui molte altre mwaqgdiocesi si ispirarono.
Il seminario mwaqotridentino si caratterizzava per il fatto di essere vicino alla mwaqscattedrale (in modo che il vescovo potesse partecipare alla vita dei seminaristi ed esercitare un controllo diretto) e per essere ancora abbastanza aperto alla città (gli alunni potevano essere interni ma anche esterni se abitavano nelle vicinanze, e continuavano a partecipare alla vita religiosa e sociale della città).
L'inserimento e la realizzazione del seminario in ogni diocesi si dimostrò comunque molto difficile: soltanto agli inizi dell'mwaq0Ottocento troviamo questa istituzione in quasi tutte le diocesi dell'Europa cattolico-romana.
Riforme illuministiche
Nella logica di uniformazione e di razionalizzazione tipica dello Stato moderno, e in particolare del mwaradispotismo illuminato, vanno collocate le politiche di riorganizzazione ecclesiastica del mwareXVIII secolo (in particolare nell'mwariImpero austriaco).
Soprattutto mwarqMaria Teresa d'Austria e suo figlio mwaruGiuseppe II promossero una serie di riforme volte a sollecitare una più regolare e organica gestione amministrativa degli enti ecclesiastici e in particolare delle parrocchie. In particolare, vennero attivati nuovi ruoli per i mwaryparroci: si demandò al parroco, per esempio, la certificazione di indigenza per le persone che avrebbero potuto godere di cure ospedaliere gratuite; la parrocchia, inoltre, diventava il centro unico di raccolta delle elemosine, da ridistribuire - da parte del parroco - una volta alla settimana ai poveri registrati.
In questo modo, la parrocchia divenne una sorta di struttura amministrativa locale, in cui al parroco era riconosciuto un ruolo di vero e proprio funzionario pubblico; un ruolo che continuerà a essere riconosciuto ai preti anche nella prima fase della mwargRivoluzione francese (fase della mwarkCostituente e della mwaroLegislativa) e sotto l'mwarsImpero napoleonico.
Secoli XIX e XX
La formazione e la vita concreta del clero furono influenzate dalle vicende storiche, che a partire dalla fine del mwasmSettecento cominciarono a marcare una divisione tra religione e vita civile (si spezzava definitivamente l'ideale della mwasqcristianità medievale, già messo in forte crisi dalla Riforma e dalle successive mwasuguerre di religione). Di fronte alla mwasysoppressione della Compagnia di Gesù (mwasc1773), alla mwasgRivoluzione francese, ai tentativi mwasknapoleonici di regolare e razionalizzare i rapporti tra Stato e Chiesa (arresto di mwasopapa Pio VII, stipula dei mwassconcordati), alle rivoluzioni mwaswliberali con la conseguente caduta dello mwas0Stato Pontificio (mwas41870), la chiesa cattolica si arroccò sempre più in un sistema difensivo, per salvare almeno la purezza della fede (si pensi agli atteggiamenti dei papi mwas8Pio IX e mwataPio X).
Anche il seminario, da luogo "aperto" sulla città quale era originariamente, si chiuse bruscamente, appartandosi dalla vita sociale, puntando a divenire un luogo che preservasse i candidati al presbiterato dagli influssi negativi del mondo. Il seminario finiva così per separarsi dalla vita della città, spesso anche geograficamente (nella diocesi di Milano, per esempio, venne costruito un nuovo seminario, non più nei pressi di mwatiPorta Venezia, ma immerso nelle campagne di mwatmVenegono Inferiore, a 50 chilometri da Milano). In questi ambienti ritirati, gli studenti venivano formati in una solida disciplina che raramente valorizzava l'iniziativa personale, mentre lo studio procedeva secondo i criteri di una mwatqteologia mwatuneoscolastica che trovava sempre più difficile il dialogo con la cultura contemporanea.
I seminari entrarono ben presto in una fase di staticità, di fronte alla storia che si evolveva sempre più rapidamente. Oltretutto, questi seminari normalmente preparavano i futuri preti a svolgere la loro attività in un contesto culturale ben delineato (normalmente, quello della parrocchia rurale): con l'avanzare dell'mwatcindustrializzazione, dell'mwatgurbanizzazione e della mwatksecolarizzazione, la figura del prete diventò spesso testimone di una tradizione passata, magari anche gloriosa e difesa con passione o nostalgia, ma pur sempre marginale, soprattutto nei contesti delle periferie urbane e in generale nei luoghi in cui le lotte operaie si facevano via via più intense. Quando si giunse al mwatoconcilio Vaticano II, la crisi nei seminari e nel clero era già in atto (il numero di studenti nei seminari era crollato verticalmente già dagli mwatsanni cinquanta, decine di migliaia di preti domandavano e ottenevano la mwatwdispensa papale per potersi sposare, dopo di che generalmente abbandonavano il ministero o continuavano a esercitarlo in clandestinità o nelle mwat0comunità di base).
Con il proprio rinnovamento mwat8ecclesiologico, il concilio Vaticano II tentò di imprimere un nuovo impulso anche al clero cattolico. Si sottolineò molto più che in precedenza l'aspetto della comunione ecclesiale: il presbitero non era più visto come figura individuale, ma spiccatamente comunitaria (agente principale della mwauacura pastorale non è più il singolo, ma un soggetto comunitario: tutto il presbiterio diocesano insieme con il vescovo).
Ugualmente, nei decenni tra la fine del XX e l'inizio del mwauiXXI secolo si è cercato di elaborare nuovi modelli nel rapporto tra presbiteri e mwaumlaici, mentre nuove istanze sono state avanzate alle autorità cattoliche da parte di correnti di contestazione: valorizzazione dell'esperienza dei mwauqpreti operai e abolizione di uno stipendio versato al ministro da parte dello Stato o della diocesi, abolizione dell'obbligo del celibato, mwauuammissione delle donne al ministero presbiterale, accettazione e valorizzazione di una presenza ormai massiccia di uomini mwauygay all'interno del clerocite-ref-14[N 3], apertura all'impegno politico e progressiva de-clericalizzazione del ministero.
Bisogna registrare che, di fronte a queste richieste, la reazione delle autorità centrali o periferiche della Chiesa cattolico-romana è sempre stata di chiusura pressoché totale. mwauwGiovanni Paolo II nella mwau0lettera apostolica "mwau4Ordinatio sacerdotalis" del mwau81994 ha tra l'altro dichiarato che la Chiesa cattolica non ha facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale, con una sentenza da ritenere definitiva da tutti i fedelicite-ref-15[12]. Anche il valore di quest'atto, tuttavia, rimane controverso, visto che alcuni i teologi cattolico-romani non riconoscono in esso una dichiarazione mwavqmwavuex cathedra secondo le norme del mwavyConcilio Vaticano I e quindi con prerogative di mwavcinfallibilità.
Nonostante ripetuti pronunciamenti del magistero, continua dunque a essere presente un dissenso, sia teologico sia di base, nei confronti del rifiuto della Chiesa cattolico-romana di mwavkordinare donne al presbiterato.
Inquadramento giuridico nella Chiesa cattolico-romana contemporanea
Lo statuto teologico del presbitero è quello della partecipazione al mwaweministero del vescovo, come collaborazione al servizio del mwawiVangelo. Il presbiterato è il secondo grado del mwawmsacramento dell'mwawqOrdine sacro, che secondo la dottrina della mwawuChiesa cattolica fu istituito dallo stesso mwawyGesùcite-ref-lg28-2-1[1].
Nella Chiesa cattolica ogni prete è mwawwincardinato in una mwaw0diocesi, in un mwaw4istituto di vita consacrata o in una mwaw8prelatura personale, sotto l'autorità, rispettivamente, di un mwaxavescovo diocesano, di un superiore religioso o del prelato della prelatura personale. La categoria complessiva delle persone che hanno ricevuto il sacramento dell'Ordine è definita mwaxeclero; in particolare:
• I presbiteri che operano alle dirette dipendenze dei vescovi, formano il mwaxqclero secolare (per la vita immersa nel "secolo", cioè nelle occupazioni quotidiane della gente), e più analiticamente il mwaxuclero diocesano e le mwaxymwaxcsocietà di vita apostolica.
• I membri di un mwaxkordine o di una mwaxocongregazione che sono stati ordinati preti sono chiamati mwaxsreligiosi preti, e costituiscono il mwaxwclero regolare (perché la loro vita è disciplinata dalla "regola" dell'istituto di appartenenza).
Nel mwax4rito latino, il presbitero diocesano, già al momento della sua precedente ordinazione diaconale, ha fatto una "promessa di mwax8celibato", mentre il religioso presbitero ha già emesso, al momento della mwayaprofessione perpetua, il "mwayevoto di castità".
Terminologia e paramenti liturgici
Con il mwayuConcilio Vaticano II (soprattutto nel decreto mwayymwaycPresbyterorum Ordinis) si è confermato l'uso antico della parola "presbitero", e i documenti dello stesso mwaygConcilio preferiscono abitualmente questa parola a quella più "ambigua" di mwayksacerdote (ambigua perché nella Chiesa cattolica la parola mwayosacerdote designa anche, e soprattutto, il vescovocite-ref-16[N 4]). D'altronde, l'italiano "prete" non è altro che una corruzione, per la precisione una mway8sincope tipica della lingua parlata, del termine "presbitero", che invece è resistito in ambiti più specialistici quali la liturgia o il diritto canonico.
Nel mwazerito romano e negli altri riti occidentali, i mwaziparamenti liturgici propri del presbitero sono la mwazmmwazqstola, indossata con i capi pendenti sul davanti, e la mwazumwazycasula o la mwazcmwazgpianeta (indossate sopra la stola durante la celebrazione della mwazkmessa). Invece, il mwazomwazspiviale è una sorta di mantello indossato nelle celebrazioni diverse dalla messa, ma non solo dal prete (per esempio è utilizzato dal diacono che presieda la celebrazione di un mwazwsacramento o la mwaz0liturgia delle ore).
Note
Annotazioni
cite-note-13N 2. ↑ L'espressione è stata tradizionalmente utilizzata lungo i secoli in riferimento alla mwaa4mwaa8Regula Augustini, sia nella versione adottata dai mwabamonaci agostiniani, sia in quella dei mwabecanonici regolari. Alla lettera, tuttavia, questa formulazione non è presente in nessuno scritto di Agostino; si ritrova, però, un cenno simile nel Sermone 356, mwabiDe moribus clericorum secum habitantium: mwabm mwabu mwaby(latino) mwabg«Quomodo autem vivere velimus, et quomodo Deo propitio iam vivimus, [...] de libro Actuum Apostolorum vobis lectio recitabitur, ut videatis ubi descripta sit forma, quam desideramus implere.» mwabk(italiano) «Il nostro modello di riferimento e la pratica che già realizziamo, con l'aiuto di Dio, sono indicati nei brani degli mwabsAtti degli Apostoli di cui sarà data lettura ora. [...] Così vi sarà davanti agli occhi il modello che desideriamo realizzare.» mwabw(mwab0Aurelii Augustini opera omnia. Editio latina > mwab4PL 38 > Sermones) mwab8
cite-note-14N 3. ↑ Redigere statistiche a questo proposito resta evidentemente difficile. Monsignor Donald Cozzens, già rettore di seminario maggiore negli mwacmStati Uniti d'America e mwacqvicario episcopale, nel suo libro mwacuThe Changing Face of the Priesthood (edizione italiana: mwacyDonald Cozzens, mwaccVerso un nuovo volto del sacerdozio, Brescia, Queriniana, 2002, mwacgISBNmwack 978-88-399-2379-0.), ritiene che la percentuale di omosessuali nel clero cattolico possa stimarsi tra il 23 e il 58%, e afferma esplicitamente che «il sacerdozio è già, o almeno sta diventando, una professione gay».
cite-note-16N 4. ↑ La costituzione mwac4mwac8Lumen gentium, per esempio, utilizza mwadasacerdotes soltanto in riferimento ai vescovi e non ai presbiteri: mwade mwadm mwadq(latino) mwady«Episcopi igitur communitatis ministerium cum adiutoribus presbyteris et diaconis susceperunt, loco Dei praesidentes gregi, cuius sunt pastores, ut doctrinae magistri, mwadcsacri cultus sacerdotes, gubernationis ministri.» mwadg(italiano) «I vescovi, dunque, con l'aiuto dei presbiteri e dei diaconi si son fatti carico del servizio della comunità, presiedendo in luogo di Dio il gregge, del quale sono pastori, come maestri di dottrina, mwadosacerdoti del sacro culto, ministri di governo.» mwads(mwadwLumen gentium, num. 20)
Fonti
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cite-note-1512. ↑ mwajqmwajumwajyORDINATIO SACERDOTALIS, su mwajcvatican.va.
Voci correlate
• mwajsAnziano (religione)
• mwaj0Clero secolare
• mwaj8Clero regolare
• mwakeGerarchia cattolica
• mwakuConsiglio presbiterale
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Collegamenti esterni
• citerefbritannica-com(EN) presbyter / priest, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
• mwak4Voce mwak8Presbitero su mwalait.cathopedia.org mwaleArchiviato il 29 luglio 2012 in Internet Archive.